Silvia Olive
Nonostante siano numerose, oggi, le realtà scientifiche e benefiche che si occupano di ricerca nell’ambito della disabilità, poco si discute o si riflette sull’importanza di riconoscere a queste persone, al di là delle difficoltà intellettive o fisiche, il diritto ad una vita sentimentale e sessuale troppo spesso negata o ostracizzata.
Quello che emerge, a volte drammaticamente, è che l’amore dei genitori e l’assistenzialismo continuo da parte delle figure professionali preposte non bastano all’appagamento di tutti i bisogni fondamentali del soggetto, mentre la sessualità, spesso, resta del tutto ignorata. In altri casi, invece, assistiamo a circostanze nelle quali sono i genitori a masturbare i propri figli o a ricercare prostitute e tutto questo, spesso, nel silenzio, nella solitudine e nel dolore delle mura domestiche.
Proprio di questi giorni è il continuo parlare e discutere, soprattutto da parte dei mezzi di comunicazione di massa ma anche negli ambienti clinici e di ricerca, del bisogno dell’assistenza sessuale ai disabili, necessità che ha preso forma nel DDL N. 1442 – Disposizioni in materia di sessualità assistita per persone con disabilità, presentato in Senato il 24 aprile 2014.
Tale argomento ci obbliga, oggi più che mai, ad una serie di riflessioni importanti e a un cambiamento di prospettiva da un punto di vista scientifico, culturale ed esistenziale. Gran parte delle persone con disabilità – nonostante tutte le difficoltà che la malattia comporta – conservano un’aspettativa di vita riconducibile, in media, a quella di una persona sana e, anche quando le aspettative di vita si riducono drammaticamente, i desideri, i sogni e i bisogni restano quelli di una persona che – ancora di più – vuole vivere la propria vita, amare e sentirsi amata.







