Alessandro Petroni e Gaetano Gambino
È pensiero comune considerare la famiglia come il luogo più sicuro per qualsiasi bambino, ma purtroppo non sempre è così. La violenza sui minori non è un fenomeno emerso in questa epoca ma è sempre esistito, con una diffusione maggiore di quanto si pensi e si voglia credere. Di solito quando si parla di violenza o di abuso infantile, l’opinione pubblica li associa a maltrattamenti fisici o violenze sessuali, ma esistono tante altre forme di aggressività rivolte ai più piccoli. Tra queste troviamo la Sindrome di Munchausen perProcura (MSP).
Cos’è?
Dal momento della sua scoperta, si è fatta molta confusione su come definire la MSP, a causa della complessità ed eterogeneità della patologia stessa. Soltanto nel 1994 la Sindrome viene inserita all’interno del Manuale Diagnostico e Statistico dei Disturbi Mentali (DSM) e definita nel modo seguente: “Produzione deliberata o simulazione di segni e sintomi fisici o psichici in un’altra persona che è affidata alle cure del soggetto. Tipicamente la vittima è un bambino piccolo e il responsabile è la madre del bambino. La motivazione di tale comportamento viene ritenuta essere il bisogno psicologico di assumere, per interposta persona, il ruolo di malato”. In poche parole, la Sindrome di Munchausen per Procura è un disturbo mentale che induce uno dei genitori (nella maggioranza dei casi, quello di sesso femminile) a simulare/indurre i sintomi di una malattia nel proprio figlio sottoponendo quest’ultimo a interminabili cure e altrettanti ricoveri. Troviamo diversi esempi di questa particolarissima forma di disagio non soltanto attraverso i casi clinici descritti dalla letteratura scientifica, ma anche nelle storie tratte da quella cinematografica (ad es., “The Sixty Sense” di M. Night Shyamalan) e nei fatti di cronaca (come nel caso recente, scoperto dai medici di un celebre ospedale londinese, di una madre che aveva contaminato con il suo sangue il test delle urine della figlia di 6 anni per farla risultare malata).







